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Arrèsonos de facebook (2)

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Maghiargiu dischente

L.:     Nel ripetere che la LSC è – al di là delle polemiche che ha suscitato – è un esperimento da seguire con estremo interesse da parte dei locutori e degli “attivisti culturali” di tutte le altre lingue regionali o minoritarie, sottolineo comunque, per chi continua a sostenere lo sviluppo e la conoscenza delle varianti della lingua sarda, che la Regione stessa, nella legge del 1997, tutela la lingua sarda “e la valorizzazione delle sue articolazioni e persistenze” (art. 2 comma 2 L.R. n. 26/1997). Interessante, a tale proposito, il principio del rispetto delle varianti locali così come espresso nella legge regionale del Veneto n. 8 del 13 aprile 2007, “Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico e culturale veneto”: “Le specifiche parlate storicamente utilizzate nel territorio veneto e nei luoghi in cui esse sono state mantenute da comunità che hanno conservato in modo rilevante la medesima matrice costituiscono il veneto o lingua veneta” (art. 2, comma 1).

A.:     Dai miei studi di diritto amministrativo ricordo che gli enti locali hanno l’obbligo di operare nel rispetto rigoroso dei principi di efficacia, efficienza ed economicita’. Questi principi non sono derogabili ne’ in sardegna ne’ nella penisola. Mi chiedo come tutt questo possa essere compatibile con la legittimazione pubblica di una miriade di dialetti e sub-dialetti che trasformerebbero la Sardegna e l’italia in n’autenica e improbabile Babele.


L.:     A. forse sono stato frainteso. Sono perfettamente d’accordo con il fatto che la lingua “ad uso amministrativo” non possa che essere una. Così è in Catalunya, in Galles, e ovunque la lingua regionale sia co-ufficiale. Addirittura in casi come la Bretagna, dove la lingua bretone non è affatto co-ufficiale ma è utilizzata veicolarmente o meno in alcune scuole, sia Diwan (cooperative private) che Div Yezh (pubbliche) che religiose, si usa una lingua comune sovradialettale. Ciò detto, il rispetto (assicurato anche dalla legge regionale sarda) di tutte le varianti si può/deve attuare nei territori delle varianti. E guarda che non sto parlando di “grafia”, ma di “contenuto”. Nelle scuole, per quanto riguarda il Piemonte – non entro nel merito di altri territori – abbiamo però deciso – e non sarebbe potuto essere altrimenti – che si parte dall’isegnamento della variante locale, fermo restando l’uniformità grafica di tutte le varianti. Poi mi rendo conto benissimo che la materia è delicata, ed ogni comunità ha il compito di gestirla con tutta la delicatezza e gli equilibri del caso. Fermo restando che i locutori hanno comunque l’interesse a comprendere che senza lingua tetto sovradialettale non si va proprio da nessuna parte, perché lingua tetto resterà l’italiano con tutte le devastazioni che ha già provocato.

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